

Che dire dell’album “Born in Italy”?
Per prima cosa va sottolineato che è stato scritto mettendoci cuore e passione e che nel cuore tumultuoso e pulsante della mia vita mi ci hanno trascinato i figli. Per anni, o meglio, nei primissimi anni di questi tre angeli caduti dal cielo ho totalmente abbandonato la musica, ho azzerato i miei hobby, ho apparentemente rinunciato alla mia libertà; si potrebbe dire che ho rinnegato me stesso e l’ho fatto volentieri, senza neanche accorgermene, perché totalmente assorbito da qualcosa di molto più importante a cui dedicare ogni mia risorsa ed energia: loro.
Poi quando, a fatica, sono riemerso dal mare dell’oblio di questa straordinaria perdizione e son tornato a ritagliarmi anche solo mezzora al giorno, la sera, dopo averli messi a letto, ho scoperto il miracolo che i bimbi da sempre operano dentro ogni adulto disposto a dedicare loro tempo e passione: non c’è niente di meglio di perdersi per ritrovarsi.
Sì perché non solo prendersi una vacanza da sé stessi, dal proprio ego, dai propri desideri ed ambizioni egoistiche fa sempre bene (come insegna il volontariato), ma farlo per i figli, farlo negli anni in cui attraverso i loro occhi e le loro esperienze di vita quotidiana torni bambino, rivivendo con loro e in loro la prima infanzia, riscaldata da costellazioni di emozioni, ti induce a rapportarti con il freddo universo degli adulti avendo una sola totalizzante esigenza: l’autenticità.
In contrasto con un mondo moderno dominato dal digitale (e l’universo della musica ne è uno specchio emblematico), alienato dalla intermediazione delle macchine e degli strumenti virtuali, in questo album ho voluto recuperare sudore, fisicità, contatto umano, insomma, cuore, passione, emozioni, gli elementi che distinguono l’Italia nel mondo; ho così scoperto, nei pochi ritagli di tempo che avevo a disposizione, di poter suonare, interpretare, godermi e “vivere” i miei pezzi meglio di quanto non avessi mai fatto prima… pur avendo, prima, molto più tempo ed occasioni per farlo.
Nel video del brano “Dimmi Sara”, in cui mia figlia Sara è sia la regista, sia la persona a cui è dedicato il brano, credo si percepisca esattamente questo percorso, fatto nella vita e, di riflesso, anche nella musica: pur avendo a disposizione migliaia di elementi e loop digitali di chitarra, batterie, archi, tastiere e bassi già perfetti e pre-registrati, una volta terminato l’arrangiamento di tutti i 17 brani dell’album a computer (produzione in tutto e per tutto assimilabile ad una fredda programmazione di schemi e algoritmi), non ero affatto soddisfatto. Avevo ottenuto una costruzione imponente ma artificiale, come composta -per intenderci- da tanti piccoli mattoncini Lego assemblati, un arrangiamento in cui il tutto non aveva una sua identità, ma era piuttosto la somma delle parti: era come se, ascoltandolo, si percepisse il profilo delimitante dei singoli elementi costitutivi.
Io invece cercavo il legno naturale, volevo il mattone vero, avevo sete di quella autenticità con cui i miei figli stavano in quel momento dissetando di emozioni la mia vita di adulto.
Ripresi quindi in mano la chitarra, la compagna di una vita, le tastiere della mia adolescenza, mi improvvisai “batterista” e “violinista” grazie all’aiuto di un’interfaccia touch screen (il “making of” lo trovate in un video a parte) e decisi di ricominciare da capo, impiegando altri due anni per rieseguire personalmente e dal vivo tutti gli arrangiamenti e loop dei campioni audio precedentemente assemblati a computer.
Il risultato, che nel video penso emerga tangibile, è stato una ritrovata autenticità, una diversa e superiore energia e, diciamolo, anche un mio concreto divertimento riscoperto nel respirare nuovamente lo sforzo fisico, il calore ed il sudore dei tempi in cui suonavo live con la mia band. In questo video, in particolare, sempre nel nome dell’autenticità, ricanto e risuono dal vivo i singoli strumenti: c’è quindi voce che sgorga libera, c’è cuore che batte, ci sono vene del collo che si gonfiano, muscoli e braccia che si abbattono sullo schermo-batteria scolpendo la ritmica del brano, ci sono corde che vibrano, c’è un’intera vita di lavoro e disciplina per tentare di diventare “One Man Band”…un cuore ed una vita che dopo tanto tempo ritrovano sé stessi, suonando le canzoni scritte negli anni verdi, in gioventù, nel cuore della vita e con l’Italia nel cuore.
Dedicato alla mia famiglia.
L.